PIERPAOLO CURTI
UTOPICO DISTOPICO
a cura di Susanna Ravelli
20 settembre – 6 dicembre 2025
UTOPICO DISTOPICO
A cura di Susanna Ravelli
E’ una prospettiva spaziale che attraversa un lavoro di trent’anni, quella che vediamo varcando la soglia dello Spazio 21 di Lodi. Pierpaolo Curti inizia il suo percorso d’artista negli anni Novanta con una pittura materica pienamente partecipe delle riflessioni sul futuro distopico di orwelliana memoria, vivissime in quegli anni. Siamo alle soglie della diffusione di internet, della rete globale di connessioni e di un mondo fatto di matrici e algoritmi che entrano nelle nostre vite come nuova forma di realtà e presenza di un pensiero di post verità.
“L’oscurità non è l’assenza di luce, ma la presenza di qualcosa di nascosto.”- afferma Slavoj Žižek
Agli esordi l’artista dichiara la sua posizione di allerta sulle forma di controllo del pensiero e del linguaggio che passano attraverso la consapevolezza di un potere economico che sta trasformando l’ambiente ed il paesaggio delle relazioni. Nelle sue campagne la luce è grigia, tagliata da volumi d’ombra e geometrie che s’infrangono sulla linea d’orizzonte confinata. La campagna lodigiana è simbolo di quella sofisticazione pervasiva del paesaggio agricolo e dei sistemi di produzione destinati a traghettarci in un’economia dei consumi e del controllo. Sono poche le presenze umane, sagome indistinte immerse in una realtà smaterializzata in una fitta rete di dati e connessioni: la vita proiettata dentro lo schermo.
“Se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera.” George Orwell
L’allerta sulle forme di controllo del pensiero e del linguaggio accompagnano il lavoro dell’artista in una ricerca di un propria radice di verità. L’opera COLTIVAZIONE del 2000 propone una serie di cervelli-cavolfiore, allineati e coltivati in uno spazio assegnato, una catena di produzione del pensiero privata della singolarità. Ma la direzione prospettica di quest’opera proietta lo sguardo in una dimensione diversa, in uno spazio che apre alla luce.
L’Airone guardiano è custode simbolico di questa trasformazione non solo estetica, ma legata ad uno spostamento di prospettiva e di ricerca profondo. Di fronte alla percezione dell’incombenza di una dimensione globale di controllo, l’artista sceglie di trovare una radice di verità capace di creare una prospettiva parallela e possa guardare a quella dimensione spirituale che l’arte riesce nella visionarietà a rendere visibile e possibile. La luce è un taglio netto di direzione, rompe le geometrie delle matrici e sfonda gli orizzonti su cieli senza limiti. Entrano nelle composizioni nuovi elementi, scale, trampolini, tavoli e linee di fuga bianchissime, che talvolta si smaterializzano in una nuvola di fumo, inondate di luce e lanciate nel vuoto. Un vuoto che richiama “l’andare più lontano, l’andare oltre” di Yves Klein; lo stesso concetto di vuoto che ritroviamo nel video POLIEDRO. Il saggio pienamente presente alla realtà riesce a percepire tutto ciò che lo circonda, il movimento della pallina, il ritmo del rimbalzo. Senza girarsi, non perdendo la sua posizione ascolta immerso in una meditazione legata ad un’essenzialità esistenziale, spogliata da vibrazioni distorsive tesa al “mu”, la concezione orientale del vuoto come superamento del dualismo entro il quale il nostro pensiero si muove. In quell’apnea di stato si entra in quell’orizzonte di cieli in cui ogni geometria è annullata per lasciare spazio ad una nuova e possibile qualità estetica ed etica del sentire.
I passaggi tra architetture di luce e di ombra costituiscono una modalità di procedere del pensiero di Curti. Si legge nei disegni una sperimentazione assidua della spazialità in cui i tagli di luce e di buio sono gli unici elementi che definiscono l’architettura di un sentimento in continua ricerca di una radice di verità intima capace di superare la rappresentazione del reale e toccare l’invisibile. Come nei Teatrini di Lucio Fontana, lo spettatore è invitato ad andare oltre la superficie, oltre la definizione dell’architettura spaziale e tendere a quel vuoto che tocca una dimensione vitale espansa e visionaria.
Pierpaolo Curti nel suo lavoro offre questo trampolino concettuale con una estetica della raffigurazione che sta sulla soglia, in una rarefazione così perfetta, in un’apnea così fuori dal tempo, tale da catturare lo sguardo in una dimensione altra del possibile. Se luci ed ombre definiscono uno spazio interiore di esplorazione, il rapporto immersivo con la natura o il camminare verso una cima della montagna sono parte integrante nella ricerca dell’artista di un’esperienza tesa all’essenzialità della vita e al significato che ci lega all’esistenza e al sentire umano. Il camminare come superamento “meditativo” della superficie e aspirazione all’immersività sensoriale nel tutto, che l’arte di Curti riesce a restituire in una visionarietà fatta di sintesi espressive libere da narrazioni lineari e codificazioni consolatorie. Il percorso della mostra segna le tracce di una ricerca che parte da una riflessione sulle distopie che hanno delineato molti aspetti del nostro presente, ma ne supera i limiti verso una dimensione utopica non ideologia e liberata da un contrasto dualistico. L’utopia come campo aperto di una sperimentazione del sentire, dell’ascolto profondo disponibile ad incontrare attraverso la pratica artistica paesaggi non conosciuti e indefinibili.
