RESURRECTION

a cura di Davide Di Maggio

12 marzo – 30 aprile 2022

Artisti

Ilaria Abbiento, Michael Ackerman, Maja Bajevic, Celine Croze, Sandra Hauser, Giulia Iacolutti, Tony Morgan & Daniel Spoerri, Nerina Toci

 

“Sì, c’è qualcosa di invulnerabile, d’inseppellibile in me, qualcosa che frantuma le rocce: si chiama la mia volontà. Silenziosa e immutata resta al passare degli anni. Sì, tu sei quella che trasforma tutti i sepolcri in rovine: salute a te, mia volontà! E soltanto dove ci sono sepolcri, ci sono resurrezioni.”

(cit. Friedrich Nietzsche – dal Canto dei sepolcri)

 

Questa mostra è mossa da fenomeni di attrazione e repulsione, così come la materia lo è per la fisica. L’evidenza della realtà messa a nudo, senza veli e compromessi, una violenta necessità di resurrezione che va oltre gli stereotipi e il non vero. Partendo dallo scritto di Roland Barthes “…senza dubbio l’immagine non è il reale; ma ne è quantomeno l’analogo perfetto” dove egli intende la percezione di una realtà riprodotta tale e quale senza alcuna mediazione, l’arte in qualche modo deve operare un passaggio che trasforma qualcosa in qualcos’altro e questo hanno fatto gli artisti in mostra, cogliendo la profonda disarmonia della vita, con opere che hanno forme e significati assoluti, non simboliche, ma che nascono dalla necessità di non creare nuovi simulacri passeggeri e di dare forma ad una nuova rinascita nell’irrealtà che ci circonda. Come ha scritto André Breton, “…in questa mostra c’é quello che ho già visto molte volte, e che anche altri mi hanno detto di avere visto, quello che credo di poter riconoscere, sia che ci tenga, sia che non ci tenga; c’é quello che ho visto solo raramente e che non sempre ho deciso di dimenticare; c’é quello che per quanto mi sforzi di guardare non oso mai vedere e che è tutto ciò che amo…c’é anche quello che io vedo diversamente da come lo vedono tutti gli altri, e persino quello che comincio a vedere e che non è visibile… ” (da Il Surrealismo e la pittura, 1928). Ad un certo momento della vita, ognuno di noi ha un motivo per risorgere e perfetto emblema della storia dell’uomo, la resurrezione non è solo la forma ma è anche il contenuto di questa mostra che vuole opporre una resistenza forte, per non essere a sua volta metabolizzata in una forma effimera che non le appartiene, riportando attraverso i sensi, ad un alto livello percettivo che non comporta solo il guardare, ma il vedere e il sentire, rivelando oltre alle opere l’artista stesso, come punto di riferimento e centralità. Le opere sono state scelte per riflettere il rapporto tra l’artista, il suo intimo e la sua responsabilità nei confronti della società, seguendo l’idea che l’arte deve creare un’opposizione e il segno dell’artista è l’unica cosa che può produrre una nuova prospettiva. Osservando i lavori degli artisti in mostra, vengono alla mente i componimenti poetici giapponesi, gli haiku, (XVII secolo), basati sulla sintesi e sullo stupore di fronte al mondo. Per la loro immediatezza e apparente semplicità, gli haiku furono per secoli una forma di poesia popolare trasversalmente diffusa tra tutte le classi sociali in contrasto alle costruzioni retoriche dei poemi di allora. In realtà l’haiku è invece molto complesso perchè si colloca tra percezione veloce e riflessione profonda e nonostante sembri improvviso, dipende da grandi e allenate capacità espressive. Cioè di immediata e semplice comprensione, ma come un haiku nascondono un percorso intimo e profondo che le fa assumere una posizione forte, precisa. Lo status di opere d’arte permette loro di diventare muri portanti. Nell’epoca che stiamo vivendo, la ragione non ha saputo più dare un senso alle cose e sta portando alla deriva. Quale futuro attende l’uomo senza più la certezza della ragione? Gli artisti mettono in opera questo smarrimento. La ragione ha tradito, e non guida più le azioni dell’uomo a cui si sostituisce il caos e l’irrazionalità, si esprime in questo modo tutto il disagio e l’inquietudine di tempi difficili e, osservando con attenzione le opere in mostra, tutte ci raccontano la fatica di vivere lasciando tuttavia, che questa, in qualche misura, si plachi e scompaia, perché alla fine l’arte nel suo divenire riesce a raggiungere sempre un equilibrio. L’arte deve assumersi la responsabilità e, perchè no, l’autorevolezza, di creare un’opposizione, una controffensiva efficace rispetto a un determinato fine, con il potere di “simulare” cioè riprodurre e tenere vivi non solo la forma ma l’unicità interiore dell’opera, facendo affiorare il carattere e l’anima di chi la realizza. Per quanto piccolo possa essere, il segno dell’artista si deve caricare sempre di un’energia nuova, positiva e profonda rispetto all’effimero della vita. Mentre l’uomo moderno tiene dentro di sé il suo malessere interiore, gli artisti in mostra riescono a trasmetterci le loro sensazioni: l’arte permette loro di esternare i sentimenti più profondi, i loro lavori diventano un vero e proprio spazio pulsante dove esprimere il proprio tormento e penetrare nell’animo dell’osservatore, comunicando attraverso il senso di disagio la crisi e la solitudine dell’uomo moderno. L’ attitudine interdisciplinare della ricerca, consente loro di muoversi fuori e al di là dei limiti territoriali e linguistici, ponendosi al crocevia tra installazione, fotografa, video e film, tutte discipline frequentate e intrecciate da ognuno di loro. L’ambiente, da costruire e plasmare, diviene quindi il punto di incontro dove il loro lavoro si incontra e si confronta, un incrocio di relazioni che prima del loro intervento era meno accessibile. La loro arte si estende a costruire una casa della coesistenza delle differenze, dove non solo il dialogo tra culture diventa imprescindibile, ma dove anche l’intervento diretto delle opere sullo spazio umano, nella nicchia esistenziale che ognuno di noi si costruisce nell’ambiente, diviene la condizione di partenza della resurrezione. Lo spazio umano, indissolubilmente legato al tempo umano, metafora centrale della nostra vita. La mostra racconta anche di storie personali. Alcuni artisti si sono lasciati suggestionare dallo spazio, creando tra dentro e fuori, tra emozione e architettura un ulteriore legame creativo, culturale e poetico al contempo. Altri hanno agito nei grandi spazi in maniera discreta, attraverso degli interventi più intimi. Tutti con profondo “rispetto” per l’ambiente e instaurando con quest’ultimo un duplice rapporto di riverenza e potenziamento insieme.

La mostra si pone dunque come momento di riflessione corale, in cui lo stimolo alla meditazione non è riservato solo al pubblico ma rappresenta una fonte d’ispirazione e di ricerca in progress per gli stessi artisti, ritrovatisi a lavorare e a ragionare assieme sull’idea di resurrezione, attenti a leggere nelle pieghe del loro tempo, come ogni artista contemporaneo deve poter fare.